| Compie 100 anni un grande cantore mediterraneo: Ghiannis Ritsos |
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Nel centenario della nascita di Ghiannis Ritsos, Mesogea propone ai lettori italiani, nella nuova traduzione di Giuseppe Auteri, l'opera da tempo introvabile Le vecchie e il mare (1959), uno dei suoi poemi più rappresentativi (in libreria da metà novembre 2009).
Diamo qui l'anticipazione di alcuni brani di una conversazione tra Ritsos e il poeta tunisino Moncef Ghachem dell'agosto 1984, riportata in appendice a Le vecchie e il mare.
A seguire le prime pagine del volume.
A Ghiannis Ritsos è stato dedicato uno degli incontri del Festivaletteratura di Mantova 2009 (http://www.festivaletteratura.it).
![]() Senza poesia non c’è domani.
Moncef Ghachem incontra Ghiannis Ritsos («Le temps», Tunisi, 14-16 agosto 1984) «(…) Ghiannis Ritsos mi ha ricevuto nella sua casa di Atene. Continuo a vivere sempre quei momenti trascorsi accanto al poeta come un infinito trionfo della vita. M.G. - Sono stati alcuni scolari che ho incontrato lungo questa strada molto conosciuta, ad accompagnarmi fino alla porta di casa sua. Mi hanno detto che lei è un eroe nazionale, un vero compatriota. G.R. - Non vorrei parlare di argomenti sentimentali, sociali, politici ed estetici. Ciò che mi interessa è l’azione estetica, non la teoria estetica. La poesia è un’azione diretta. Può contenere simultaneamente tutti i problemi sociali, filosofici ed estetici, tutti i problemi, del corpo e dello spirito umano, l'intero universo delle relazioni tra le persone. La poesia è il mio principale mezzo espressivo. È il solo e il più efficace strumento di cui dispongo. Quando mi chiedono cosa penso di questo o quel fatto, dico immediatamente di aver già risposto nella mia poesia. (…)
M.G. - L’esplicita volontà del poeta non è affermare l’istante, affermarsi nell’istante, far sorgere in esso un’essenza insieme oggettiva – della realtà esterna – e soggettiva, di un pensiero che si identifica con quell’oggetto esterno? G.R. - Il poeta segna l’istante eterno andando incontro al futuro. Ma non va avanti solo con le proprie capacità di antivedere e le proprie intuizioni; ricorre anche a tutti i saperi possibili e alle opportunità di ogni indagine sociologica… Senza poesia non c’è domani… (...) M.G. - Lei canta e difende la libertà «sempre prima»… e per questo, la sua, è una voce universale! G.R. - La poesia fa parte della vita. Non sta dalla parte della morte. La poesia è l’espressione estrema. È la lotta instancabile contro la morte, contro ogni forma di morte. E la morte non è solo la fine fisica di un uomo, la fine della vita di un essere… No. La morte prende principalmente le forme dell’ingiustizia e dello sfruttamento, dell’invasione e della privazione… Prende la forma della paura, della mancanza di nutrimento, dell’assenza di soddisfazione… La morte è il desiderio mortificato degli individui… E la poesia lotta contro tutte queste forme di morte. Vuole cancellare le cause che provocano la disperazione, che rendono l’uomo rassegnato, sterile, che lo distruggono… Questo vuol dire che la poesia partecipa sempre alla creazione di una vita, della vita umana. Il suo lavoro, il suo desiderio, la sua lotta è sempre la vita infinita, è tornare a consegnare la vittoria alla vita… La poesia emerge dalle oscurità, dalle tenebre, dai labirinti delle malvagità, dai labirinti di ogni terrore, di ogni ingiustizia, di ogni tirannia… Assume su di sé la complessità delle cose e le illumina… Così trova le strade per comunicare con tutti… Nella poesia tutto il mondo si parla. E insieme a tutti la poesia celebra alla vita. M.G. - Che formidabile manifestazione di ottimismo!.. G.R. - Sì, sono ottimista. Sono uscito dalle tenebre più profonde. Sono sopravvissuto alle malattie..., sono sopravvissuto alle torture…, posso dire perfino di essere uscito dalle profondità della morte… Per questo l’ottimismo non mi sembra facile. Non è un espediente per superare le difficoltà o per ignorarle… Il mio ottimismo è incrollabile…, è saldo proprio perché viene dalla disperazione. M.G. - La morte, il deterioramento, la perdita tornano frequentemente nei suoi poemi. Lei li traspone a un livello diverso, li trasforma in slancio di vita… Ritroviamo, così, una delle costanti della sua poesia: la ricerca ostinata di una soluzione; una soluzione alla solitudine, forse? G.R. - Io non cerco soltanto la solitudine perchè la poesia non può essere completamente distaccata, separata dai problemi vitali, cruciali del mondo. La mia poesia, il cui filo si dipana nell’universo interiore, si esprime contemporaneamente su diversi piani: ontologico, sociale, psicologico. Mescola memorie storiche e sensazioni immediate, per accostare via via idee, in un tempo storico e soggettivo frammentato e, attraverso ogni sorta di sdoppiamento, produrre un’immagine di unità e continuità dell’uomo e della sua storia … Dunque, la ricerca poetica non è la solitudine. Nella poesia, il poeta non procede mai solo… Ma attraverso la propria solitudine, entra in rapporto con la solitudine di ciascuno, con la solitudine di tutti. E, tra tutte queste solitudini, la comunicazione più autentica si realizza nello spazio del poema… In questo modo, una poesia trova sempre il dialogo vivo, trova le corrispondenze con la propria nazione e con tutti i popoli del mondo, in tutte le lingue, anche attraverso la mediazione delle traduzioni. Giacché esprime un sentimento comune, una concezione comune, un desiderio condiviso di comunicare e superare le differenze, giacché contiene la cifra essenziale che ci consente di riconoscere gli altri… La poesia è allora la relazione umana più compiuta, meglio costruita, più importante. Parla a ciascuno nel territorio peculiare della propria solitudine. Che è comune. È lo spazio abitato dalla comunità umana. Per questo l’obiettivo permamente della poesia è rivolgersi a tutti, è toccare tutto il mondo. Ma la poesia è una creazione sempre in divenire, è sempre in cantiere. (...)». (Traduzione di Caterina Pastura)
Ghiannis Ritsos, Le vecchie e il mare
Incipit
(Vecchio porto isolano. Poco oltre la darsena, con pochi caicchi e lo scheletro di qualche peschereccio. Inizio d’autunno. Ieri la prima piovuta. Stasera volge di nuovo al bello. Un tramonto greco con tizzoni rossi dietro le nuvole. Un caicco oscuro, silente passa sul fiume roseo che il tramonto traccia sul mare. Una ragazzina, con un secchio d’acqua in mano, si è fermata un attimo sulla soglia prima d’entrare in casa. L’acqua del secchio è rosea e dorata come se avesse tirato su il sole dal mare. I vetri delle finestre sulla spiaggia luccicano di tanto in tanto. Nella strada soprastante passa ogni tanto qualche carretto colmo di verdura di stagione e cassette con l’ultima uva. Lampade ad acetilene accese nei caffè dei marinai.
L’interno dei caffè appare stranamente calmo e distante – una quadrata tranquillità color pistacchio – un luogo scavato profondamente nel tempo. Sette vecchie, madri e nonne di marittimi, siedono su grosse pietre fuori dalle loro case e parlano dei loro fatti. Tra le loro parole si odono profondi i respiri del mare e, un po’ più su, alcune arrugginite pompe ad aria girano lentamente nei giardini con piccoli, tormentati limoni e imponenti eucalipti. Il crepuscolo della sera si trattiene a lungo come se non volesse farsi notte. Si sentono le vecchie): LE SETTE VECCHIE INSIEME (piano, come in lontananza,
stancamente e semplicemente): Appena cala il crepuscolo
ce ne andremo fuori a sedere sul gradino di pietra, sulle rocce a sentire il vento dello stretto che ci batte, alleviandoci con una goccia, noi già così lievi, a riposarci dal non avere più nulla da fare, a dimenticare, noi dimenticate, che tutto abbiamo già dimenticato, come se ogni cosa fosse svanita e fossimo rimaste tutte sole in un’aia alta e grande che il vento spazza tutt’intorno – PRIMA: Vento che rischiara il vento lì dove si sta di vedetta, sull’aia
senza grano, senza paglia, senza forconi e cavalli; SECONDA: vento, vento profondo – non soffia, non fa rumore, non solleva polvere; TERZA: non c’è muro dentro o fuori dove il vento possa sbattere il ginocchio o la fronte, incespicare, provare dolore, urlare, farsi sentire, QUARTA: dire un ahi! per poterlo sentire e addolorarcene – QUINTA: che dolore può provare il vento? – non è di carne, non ha ossa, non ha nervi; SESTA: silenzio su silenzio; SETTIMA: silenzio – fumo della nave a vapore che siede coccoloni nel tramonto; fumo che cambia, non cambia, ora traspare, ora si
oscura. SESTA: Silenzio: il silenzio, il fumo: fumo – cambia,
SECONDA: diventa delfino celeste – due triangoli d’oro la sua coda, diventa un cervo fatto di violette con due rosee corna; QUARTA: il turchino volge al pesca, il rosso al violetto, TERZA: dirada, si scioglie, si smarrisce; SETTIMA: fumo diradato che rimani fuori tutto solo – un grande fiore senza radici, fiorito per un attimo nel vuoto, perché la nave ti ha lasciato qui tutto solo e la nave è partita? QUARTA: è già svanito il fumo silenzioso, va, va, silente s’è spento sul sopracciglio del mare – SESTA: Sopra il silenzio: silenzio; PRIMA: siamo rimaste come il fumo; SESTA: ci consumiamo, partiamo, cambiamo. SETTIMA: Non restiamo che un sacchetto d’ossa, legato in cima con una gomena così non si disperdono le ossa e non ci disperdiamo noi desolate, solamente il vento trapassa le maglie della tela e un’infinità di aghi buca le nostre ossa – quali ossa? PRIMA: Quali ossa? – queste ossa alleggerite, svuotate; senza carne né midollo, come vecchi zufoli, SECONDA: il vento li soffia, facendo uscire di tanto in tanto una voce flebile, come se cantassero; SETTIMA: e gli astragali liberi non trattengono le ossa, non si piegano nella camminata; QUARTA: restiamo leggere, leggere – senza ascoltare, senza vedere – TERZA: prima di ascoltarci, ascoltiamo, prima di guardarci, vediamo – cosa vediamo? TUTTE INSIEME: Le navi sono partite, i nostri uomini sono partiti, i nostri figli sono partiti –, non sappiamo chi è partito, chi è rimasto, non sappiamo perché siamo venute, perché rimaniamo, perché partiamo, non sappiamo chi è annegato in mare, chi è stato ammazzato sulla montagna, cos’è successo agli altri, – ortiche germogliano sui loro crani? Grossi granchi depongono le uova sui loro fianchi? – non sappiamo; abbiamo dimenticato il morso dello scorpione, il chiodo sulla fronte – ![]() ![]() (Traduzione di Giuseppe Auteri)
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