in uscita

«Stavamo sempre a guardar fuori. Spesso ci lasciavamo infasciare dalla nebbia e dai sospiri  dei  campi che risalivano a ondate fin sotto le nostre finestre che proprio per quello lasciavamo aperte anche d’inverno. In aula non si  vedeva più nulla. Sparivamo tutti.»

Un ritratto impietoso e scanzonato dell’istruzione di massa e della società italiana

 

Sul libro: Romanzo tragicomico che racconta in prima persona la storia del primo anno d’insegnamento di un giovane supplente di Lettere con qualche ambizione artistica e della scuola di campagna dove è approdato. I personaggi che lo animano si muovono sulla pagina non come figure ma come  presenze in carne e ossa: tutti inadeguati, consumati, a volte evanescenti, popolano un mondo rimasto sullo sfondo della modernità, come il bidello-scrittore Celestino (che possiede il dono dello  svedere), il professor Sciarra (misogino e intrattabile), la vicepreside (anzi, Arcipreside), gli insegnanti ibernati e i genitori rinunciatari. Tutti assenti. Un anno di scuola in campagna con la sua scrittura scanzonata e fortemente umoristica, è stato segnalato alla XXXI edizione del Premio Calvino, «per il  notevole talento linguistico e per l’acuta intelligenza con cui si tratteggia un disilluso quadro dell’odierna istruzione di massa e, sotto traccia, della società italiana nel suo insieme».

Sull'autore: Davide Ruffini è nato nel 1986 a Giulianova (Te), un paese di mare degli alti Abruzzi. Poco prima dei trent’anni dopo qualche lavoro sconclusionato, ha iniziato a insegnare discipline letterarie in alcune scuole pubbliche e private. Tutti assenti. Un anno di scuola in campagna è il suo primo romanzo.

 

A NOVEMBRE IN LIBRERIA

 

Un libro che non può mancare a:

Chi pensa che le scuole di città e quelle di campagna non sono la stessa cosa

Chi insegna un anno qua e uno là

Lettori di romanzi ‘realistici’ che non disdegnano il fantastico e il comico

 «Assurdo, a quanto pare per avere il numero di codice fiscale ci vuole un lavoro…ma è impossibile trovare lavoro senza quel numero. Spiegami la logica…»

 

Cartographic presenta l’odissea di una giovane migrante polacca in Svezia

 

Sul libro: Opera d’ispirazione autobiografica, tradotta per la prima volta in italiano, Nero Vita racconta per parole e immagini le vicissitudini della giovane Daria, la protagonista, all’arrivo in Svezia e le difficoltà che deve affrontare per rimanerci. Qui, infatti, a dispetto del luogo comune del ‘paese accogliente’, dovrà destreggiarsi in un labirinto di norme e situazioni paradossali per poter ottenere i documenti che le permettano di non essere ‘illegale’. Costretta al lavoro nero, non si dà per vinta e mentre continua a frequentare i corsi universitari di fumetto, intraprende una dura lotta per il riconoscimento degli elementari diritti sindacali. Una storia di ordinaria amministrazione nel panorama kafkiano dell’inospitale Europa delle migrazioni, ma una storia narrata con freschezza, con pudore ed estrema attenzione alla costruzione narrativa e al suo intreccio con le immagini.

 

Sull'autrice: Daria Bogdanska, nata a Varsavia nel 1988, lascia giovanissima la Polonia e comincia una vita da migrante che la porterà in di-verse città d’Europa. Nel 2013, a 25 anni, decide di trasferirsi nel sud della Svezia per studiare disegno e narrativa alla Kvarnby Serieskola di Malmö, città dove attualmen-te vive e insegna fumetto, senza trascurare l’attività sindacale. Per Nero vita, sua opera d’esordio già tra-dotta in più lingue, è stata selezionata al Festival Internazionale del Fumetto di An-goulême e, nel 2019, le è stato assegnato il Robespierre Prize.

 

 A NOVEMBRE IN LIBRERIA

«Un filo di luce trapela di sotto la porta»: così aveva scritto Guido Ceronetti ricevendo le prime poesie di Domenico Brancale. Quel filo sottilissimo e continuo s’intreccia ora in Scannaciucce (Agavi), la raccolta completa di tutte le sue poesie scritte in lucano. Sono parole mburchiàte nd’ ’a terre, conficcate nella terra, discese nel paesaggio, in una lingua che si è intrufolata – quasi al modo dei Sassi di Matera o dei tumuli di terra e dei fili d’erba della Basilicatafin dentro la pietra o in un uomo come fosse un’abitazione. È una lingua fatta di cielo e di terra, di silenzi e di luce, in un incessante rincorrersi di simboli. Dalla vita di un tempo e dalle profondità del linguaggio si fa risalire nuovamente la parola, si attinge con mani d’infinito l’acqua della poesia, che le pozze dei sentimenti di Domenico Brancale trattengono in una stretta fraterna.

Domenico Brancale è nato nel 1976 a Sant’Arcangelo in Basilicata. Vive a Bologna e Venezia. Tra i suoi libri di poesia ricordiamo: Cani e porci (2001), L’ossario del sole (2007), Controre (2013), incerti umani (2013) e Per diverse ragioni (2017). Ha curato il libro Cristina Campo. In immagini e parole e tradotto Cioran, John Giorno, Michaux, Claude Royet-Journoud. Nel 2017 è apparsa la sua prima fiaba Le due bambine.

 

«Me vulisse fa’ crede ca si turnere lla / andò cchiù pèsele
di na fronne / ’ggi state ngullate a llu viente /
truvere angòre tutte chille cose ca ’ggi vessute…»


«Vorreste farmi credere che se tornassi là / dove più leggero di una foglia /
sono stato incollato al vento / troverei ancora tutto quello che ho vissuto…»

 

 dal 9 maggio in libreria

Beirut è la trilogia in cui Barrack Rima riunisce le opere dedicate a questa città e realizzate in tre periodi diversi: 1995, 2015, 2017. Tre libri/capitolo che corrispondono
ad altrettanti punti di svolta della storia del Libano uscito dalla guerra civile (1975/1990), ma anche al travaglio esistenziale dei suoi complicati e continui ritorni a un paese natale da sempre vagheggiato, la cui realtà non riesce a trattenerlo. «Libanese espatriato» in Belgio, Barrack Rima che, come ha dichiarato lui stesso, vede il mondo con gli occhi e lo
disegna con le dita, in queste pagine ripercorre in parole e immagini una geografia che è anche autobiografia, sguardo e racconto di un inquieto appartenere e scegliere l’esilio.

Barrack Rima è nato a Tripoli (Libano) nel 1972 e vive a Bruxelles. Autore di graphic novel e cineasta, fa parte del collettivo libanese di artisti del fumetto Samandal e collabora con quotidiani e riviste internazionali. Il Libano e Beirut sono al centro di buona parte delle sue opere, tradotte in diverse lingue.

 

 dal 9 maggio nelle librerie

Raccolte e pubblicate per la prima volta, le poesie di Enzo Mancuso – molte delle quali già nello straordinario repertorio che l’autore interpreta con il fratello Lorenzo – compongono un canzoniere moderno dalle risonanze antiche, un canzoniere del tempo. Tempo che parla e tace nei paesaggi e nei sentimenti evocati, tempo che si fa suono remoto di ferite quotidiane, parola e voce, canto. Quel canto che, come un «bravo calligrafo rende leggibile ogni scrittura, ogni cancellatura con cui la vita scrive il suo romanzo».

Enzo Mancuso – cantante, compositore e autore di testi poetici – è nato a Caltanissetta. Emigrato in Inghilterra insieme al fratello Lorenzo negli anni Settanta, è tornato in Italia all’inizio degli anni Ottanta e con lui ha avviato quel percorso, da allora mai interrotto, di ricerca, recupero e reinvenzione della tradizione vocale e musicale siciliana che ha reso i Fratelli Mancuso rinomati in tutto il mondo.

 

«Sfrimma lu sìcchiaru di l’arma, / dicci coccosa. / E cu lu sapi /
chi lingua ci sbatti / ni dda porta ’nchiuvata, / cu quali vuci
hiata / la parola / c’appìcica a la timpa / di surfara / e s’affuca»


«Apri la serratura dell’anima, / dille qualcosa. / E chi lo sa / che lingua sbatte /
in quella porta inchiodata, / con quale voce fiata / la parola / che s’inerpica /
nel dirupo di zolfara / e soffoca»

 

dal 9 maggio in libreria

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