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Pubblicato per la prima volta ad Algeri nel 1933, Isole è un piccolo atlante poetico-filosofico del senso e del sentire mediterranei. Composto dall’autore come un arcipelago simbolico delle solitudini umane...
Mohammed Mohammed
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1994. La guerra civile somala è da poco terminata, con la sua scia di morti e di distruzioni, e un bambino di 12 anni «un piccolo Mohammed qualunque di una delle tante terre insanguinate del pianeta», arriva in Italia per...
Mesogea n. 0/2002 Mesogea n. 0/2002
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Uno strumento per guardare al Mediterraneo come luogo concreto. Una continua dislocazione dei punti di vista, attraverso la pratica della contaminazione e dell'ospitalità proprie della scrittura
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Novità Libri in primo piano
Lingue... madri, matrigne, amiche PDF Stampa E-mail
Tu non parlerai la mia lingua, edito nel 2002, è il primo libro di Abdelfattah Kilito ad apparire in arabo, per un pubblico arabo. Composto da una serie di saggira-cconto in cui convivono personaggi storici – come Averroè o Ibn Bavvuva – e inventati – come il commissario Brunetti – affronta il tema dell’esperienza concreta della lingua e della trasformazione subita dai concetti di traduzione e mediazione culturale nel mondo arabo. Con l’ironia e il rigore che gli sono propri, Kilito non traccia qui una fenomenologia della traduzione o della questione del bilinguismo, ma indaga le relazioni tra lingue, sistemi di pensiero e culture.
Suggerisce, in definitiva, di guardare alla letteratura non come a un archivio di testi che giacciono nella loro versione «originale», immutata e immutabile, bensì come a un continuo rispecchiarsi di traduzioni.

in anteprima al

logo_linguamadre-piccolinoSALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO TORINO
lunedì 17 maggio 2010, ore 15,00, Arena Piemonte


tu-non-parlerai-la-mia-linguaAbdelfattah KILITO
TU NON PARLERAI LA MIA LINGUA
s a g g io

Uno dei più raffinati filologi di lingua araba,
affronta in un saggio scorrevole,
dalla leggerezza del romanzo,
il tema complesso e attuale della lingua
e della traduzione come veicolo del dialogo tra popoli.


intervengono Elisabetta Bartuli e Maria Elena Paniconi


 
«Passione di Michele»: a 25 anni dal suo assassinio, il capolavoro letterario di Giuseppe Fava PDF Stampa E-mail
«Michele fu assunto dalla fabbrica dopo soli tre giorni […] una folla di uomini che arrivavano da ogni parte dell’Europa […] con le facce stralunate di chi, nel giro di pochi giorni, veniva sbalzato da un mondo all’altro».
Pubblicato nel 1980 e da tempo introvabile, Passione di Michele è l’ultimo romanzo di Giuseppe Fava. Attraverso la tragica vicenda di un emigrante, il racconto coinvolgente della miseria e della ricerca di riscatto e del miraggio della città e della civiltà del benessere. Memoria e vita quotidiana, sentimenti e paesaggi segnano, in una narrazione realistica e incalzante  le tappe di uno sradicamento che culmina in un delitto e in un processo dagli esiti grotteschi.
Da questo romanzo è stato tratto il film Palermo or Wolfsburg di Werner Schroeter che, sempre nel 1980, vinse l’Orso d’Oro a Berlino.
 
Intellettuali 'in direzione ostinata e contraria' PDF Stampa E-mail
Jean Daniel, uno dei decani del giornalismo europeo, nel suo saggio-racconto Resistere all'«aria del tempo» (con Camus), dispiega la trama dei ricordi del suo rapporto umano e professionale con l’autore de L’uomo in rivolta. Ne emerge il profilo meno noto, ma non certo meno importante, di Albert Camus giornalista, impegnato in prima persona nella pratica dell'informazione critica e nella resistenza a ogni forma di omologazione, all'aria del tempo. Ragioni e necessità di rileggere un autore e la sua opera fanno così tutt'uno, in queste pagine, con un'ampia riflessione su temi e inquietudini che ci riguardano da vicino.
Anticipiamo qui, uno dei primi capitoli del libro (disponibile in libreria a partire dal prossimo mese di gennaio) che Claudio Magris, sul Corriere della Sera ha così definito: «Un piccolo capolavoro, un modello di asciutta prosa classica che si vorrebbe mettersi in tasca e portarsi dietro come un breviario laico di libertà e resistenza».
resistere-aria-tempo

«L’incontro

1953. Mi occupo di una rivista. Titolo: Caliban. Telefonata. «Parla Camus». Una voce che, allora, faceva venire brividi d’emozione, come quella di Gérard Philipe. Conoscevo solo la sua voce. Volevo conoscere lui. Ma avevo paura: d’essere deluso, di deluderlo. Ero proprio come un innamorato. Camus, all’epoca, aveva un’aura immensa. Alla pubblicazione de Lo straniero si aggiungeva il prestigio morale del suo impegno in Combat; la relazione con Maria Casarès lo investiva dell’alone del seduttore e Gérad Philipe – incarnazione stessa della bellezza in Terra – interpretava a Parigi il suo Caligola. Insomma, per la mia generazione, Camus era diventato un dio.
La voce riprende: «Parla Camus, mi sente?». Lo sento, certo. Lui continua: «Ascolti, vorrei sapere che progetti ha, cosa pubblicherà il mese prossimo?» Caliban, ogni mese, dedicava metà della rivista alla riedizione di un romanzo breve considerato d’interesse universale. Rispondo: «La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj». «Bravo, è un capolavoro…». «E poi?» mi chiede. Non so che dirgli, esito. «Mi permette un suggerimento?» Se permetto… Allora mi consiglia un libro di Louis Gouilloux. «Conosce Guilloux?» Non solo lo conosco, ma so a memoria interi brani di Sang noir. Sempre impacciato, rispondo: «È un’idea». Poi, d’un tratto mi faccio coraggio e oso dire: «Sarebbe formidabile se lei scrivesse una prefazione». E la cosa ancora più formidabile è che abbia accettato di farlo su richiesta di un giovane sconosciuto.
Comincia così un’autentica festa d’amicizia che durerà poco meno di dieci anni e sarà interrotta dal disaccordo, per me drammatico, sull’Algeria. Ero suo fratello minore. Non lo avevo conosciuto ad Algeri. Non avevo mai fatto parte del gruppo degli amici intimi, come Jules Roy, Emmanuel Roblès, André Belamich, Claude de Fréminville. E tanti altri. Ma fui immediatamente rapito dal suo fascino, dal suo carisma. Al punto tale che talvolta non riuscivo a concepire che ci fosse stato un prima-di-Camus. Mi assimilavo interamente ai suoi pensieri, ai suoi stati d’animo. Potevo continuare le sue frasi. Condividevo le sue diffidenze e le sue nostalgie. Non mi identificavo: ero identico. E Camus, che, all’epoca, era accompagnato da una cerchia di pretendenti devoti, troverà il tempo di comportarsi come un protettore fraterno, in occasione della morte di mio padre, della pubblicazione del mio primo libro o quando mi ritroverò senza lavoro. In seguito, naturalmente, ci accomunerà un certo tipo d’impegno giornalistico, politico e morale. Ma anche un misto di edonismo e puritanesimo.. così come un certo sentimento del sacro che in verità, come ho già detto, lui terrà a distanza da ogni trascendenza, laddove la mia maniera personale di non credere sarà quasi religiosa.
Detto fatto, una settimana dopo, vado a trovarlo per ritirare la prefazione, insieme a una mia amica scrittrice, Marie Susini. M’imbatto nella celebre frase: «Noi siamo di quelli che non sopportano che si parli della miseria se non con cognizione di causa».
Jean-Daniel-2Si guarisce mai dalla propria infanzia? La sua, intrisa di sole e di sogni, fu anche l’infanzia della povertà e della malattia. Nel prezioso libro di Herbert R. Lottman – biografia monumentale quanto modesta, che si limita a mettere ogni cosa al proprio posto – troviamo questa descrizione: «L’appartamento [di Camus quando era studente] si trova al primo e unico piano di un’abitazione del quartiere operaio di Belcourt. Sul pianerottolo ci sono altri due appartamenti e i gabinetti del corridoio servono ai tre alloggi. Non c’è bagno […]. Né elettricità, né acqua corrente. […] la sera la madre ritorna esausta dal lavoro e si lascia cadere su una sedia con lo sguardo fisso al pavimento». A tredici anni, Camus viene colpito dalla tubercolosi, che trascina la sua povertà nella miseria. Tutto sembra perduto. Insomma, il genere di ricordo che lascia tracce indelebili.
«Noi siamo di quelli…» è forse una delle espressioni che non gli sarebbero mai state perdonate. Con una sola frase si metteva contro la quasi totalità degli intellettuali di sinistra. Chi era quel miserabile, fiero della propria miseria, figlio di una domestica, bambino dei quartieri poveri, che aveva pure la pretesa di far la predica agli studiosi della condizione operaia? Chi era quell’uomo che non aveva bisogno di «sistemarsi», come diranno dopo, durante il maggio 1968? E siccome si permetteva di ricordare che aveva una certa autorità per parlare di un argomento che gli altri avevano riservato per sé, allora volevano fargliela pagare.
Ma Camus era pronto a pagare. Non faceva differenza tra l’opera, la vita, la persona. E mi sembra stia in questo, l’unica definizione valida dell’impegno. Il termine e il concetto avrebbero nondimeno suscitato nel corso del tempo, numerosi smarrimenti tra i chierici. A più di cinquant’anni da questo primo incontro, saremmo dunque usciti dalle dispute sugli intellettuali? Nel caso in cui si avesse qualche dubbio, visto che siamo tutti invitati a illustrare la nostra ricetta personale, ecco la mia, che appartiene al genere della memoria vissuta. Un giorno, mi meravigliavo con Camus che fosse stato capace, così giovane e con tanta facilità, di trovare la forza di opporsi a tutti, anche ai suoi amici, osando indignarsi – e con quale superbia – perché si arrivava a salutare l’esplosione della prima bomba atomica su Hiroshima con entusiasmo incondizionato. Trascurando il fatto (enorme, gigantesco!) che la nuova invenzione annunciava la fine della guerra, Camus già tremava alla scoperta che l’uomo possedesse ormai i mezzi per distruggere non più soltanto il proprio nemico ma la propria specie. In cosa consistesse la solitudine di quel grido e il coraggio non comune di esprimerlo, allora, pubblicamente, richiede un’attenta considerazione. Come ascoltare se stessi quando si è da soli a pensare? Come ci si può fidare di se stessi? Queste domande mi avrebbero tormentato sempre. Come possiamo arrivare a convincerci di avere ragione quando coloro che ammiriamo ci danno torto?
La mia domanda precipitò l’ex editorialista di Combat in un abisso di riflessione silenziosa: ricostruiva le condizioni della solitudine passata nel tempo dell’articolo su Hiroshima. E finì per rispondermi con convinzione grave e al contempo esaltata. Mi disse che accade di sentir nascere, nel più profondo del cuore, un’evidenza che non è quella degli altri, insomma, un’evidenza contraria all’aria del tempo. Ma forse, aggiunse, mentre sembrava trovare lentamente la propria verità, l’intellettuale dev’essere innanzi tutto «un uomo che sa resistere all’aria del tempo».
Aria del tempo che nello spirito di Camus non era soltanto la cosiddetta ideologia dominante, ancorché i due concetti non siano estranei l’uno all’altro. Ma anche l’ambiente costituito dagli amici di cui si ha stima, dai maestri che si adorano, talvolta perfino dai modelli interiori. Essa rientrava, per un verso, nell’evidenza intellettuale, in quell’imperativo «categorico», insomma, che s’impone senza giustificazioni. Non eravamo lontani, dicevo, da Julien Benda e dal suo scritto, continuamente citato, sul Tradimento dei chierici? Senza dubbio; e Camus intendeva certo restare custode del tempio dell’universale. Diceva di diffidare dell’universale, che il compito della ragione era spesso poco chiaro, ecc… Ma gli succedeva di ritenere che l’oracolo fosse poco esplicito e che – se si ha la fortuna di esserne pervasi intimamente – ci si debba affidare all’evidenza. Sull’Algeria, a torto o a ragione, Camus ha saputo resistere all’aria del tempo parigina, non a quella della sua famiglia. Per me, l’aria era lui. Senza neppure averlo deciso, mi sono immediatamente impossessato, una volta per tutte, della sua etica di comportamento. L’aria del tempo mi avrebbe ormai trovato sempre in condizioni di vigilanza, se non di resistenza. Durante la guerra d’Algeria, interruppi i rapporti con lui, che amavo, perché, contrariamente a me, non intendeva prefigurare un accordo con l’Fln. Ma ruppi immediatamente dopo con Sartre, che ammiravo, perché rifiutò di aggiungere al «Manifesto dei 121»* una parte a favore dei pied-noir. Presi le distanze anche da Mendès France, che veneravo, perché avevo l’assoluta certezza che De Gaulle avrebbe realizzato la pace in Algeria. Mi allontanai infine da amici carissimi a causa della terribile, tragica questione di Israele e dei palestinesi. Nessuna di queste rotture fu a cuor leggero e non ho mai pensato di trovare nella difficoltà di consumarle l’ulteriore conferma che avessi ragione a metterle in atto. Le conversazioni di allora con Camus mi sembra di risentirle con la stessa urgenza, con identico trasporto, nel momento in cui si mettono a confronto i valori delle guerre sante e di discute della forma peculiare che assume l’impegno politico nel giornalismo. Esiste, infatti, una situazione migliore, e soprattutto più impellente, per interrogarsi sulla resistenza all’aria del tempo? Possiamo chiederci ogni momento: cosa farebbe Camus? Ma, soprattutto, cos’ha fatto?».

(Traduzione di Caterina Pastura)

* [N.d.T.] Si tratta della dichiarazione collettiva, scritta su iniziativa di Dionys Mascolo e Jean Schuster, alla cui redazione, in un susseguirsi di oltre una dozzina di stesure, collaborarono, tra la primavera e l’estate del 1960, diversi autori, tra cui Breton e Blanchot. Pubblicata il 5 settembre 1960 come Dichiarazione sul diritto all’insubordinazione nella guerra d’Algeria e sottoscritta da 121 intellettuali (Sartre era uno di questi), esprimeva solidarietà alla lotta dell’Fln, difendeva il rifiuto di combattere in Algeria, perorava il sostegno attivo alla causa del popolo algerino. L’incriminazione dei 121 porterà nei mesi successivi a più di un centinaio di nuove firme. Tra queste ultime ci saranno quella di Guy Debord, François Truffaut, Tristan Tzara, Francois Châtelet.
 
Compie 100 anni un grande cantore mediterraneo: Ghiannis Ritsos PDF Stampa E-mail
Nel centenario della nascita di Ghiannis Ritsos, Mesogea propone ai lettori italiani, nella nuova traduzione di Giuseppe Auteri, l'opera da tempo introvabile Le vecchie e il mare (1959), uno dei suoi poemi più rappresentativi (in libreria da metà novembre 2009).
Diamo qui l'anticipazione di alcuni brani di una conversazione tra Ritsos e il poeta tunisino Moncef Ghachem dell'agosto 1984, riportata in appendice a Le vecchie e il mare.
A seguire le prime pagine del volume.
A Ghiannis Ritsos è stato dedicato uno degli incontri del Festivaletteratura di Mantova 2009 (http://www.festivaletteratura.it).
ritsos_le-vecchie-e-il-mare-br

Senza poesia non c’è domani.
Moncef Ghachem incontra Ghiannis Ritsos
(«Le temps», Tunisi, 14-16 agosto 1984)

«(…) Ghiannis Ritsos mi ha ricevuto nella sua casa di Atene. Continuo a vivere sempre quei momenti trascorsi accanto al poeta come un infinito trionfo della vita.

M.G. - Sono stati alcuni scolari che ho incontrato lungo questa strada molto conosciuta, ad accompagnarmi fino alla porta di casa sua. Mi hanno detto che lei è un eroe nazionale, un vero compatriota.
G.R. - Non vorrei parlare di argomenti sentimentali, sociali, politici ed estetici. Ciò che mi interessa è l’azione estetica, non la teoria estetica. La poesia è un’azione diretta. Può contenere simultaneamente tutti i problemi sociali, filosofici ed estetici, tutti i problemi, del corpo e dello spirito umano, l'intero universo delle relazioni tra le persone.
La poesia è il mio principale mezzo espressivo. È il solo e il più efficace strumento di cui dispongo. Quando mi chiedono cosa penso di questo o quel fatto, dico immediatamente di aver già risposto nella mia poesia.

(…)

M.G. - L’esplicita volontà del poeta non è affermare l’istante, affermarsi nell’istante, far sorgere in esso un’essenza insieme oggettiva – della realtà esterna – e soggettiva, di un pensiero che si identifica con quell’oggetto esterno?
G.R. - Il poeta segna l’istante eterno andando incontro al futuro. Ma non va avanti solo con le proprie capacità di antivedere e le proprie intuizioni; ricorre anche a tutti i saperi possibili e alle opportunità di ogni indagine sociologica… Senza poesia non c’è domani…

(...)

M.G. - Lei canta e difende la libertà «sempre prima»… e per questo, la sua, è una voce universale!
G.R. - La poesia fa parte della vita. Non sta dalla parte della morte. La poesia è l’espressione estrema. È la lotta instancabile contro la morte, contro ogni forma di morte. E la morte non è solo la fine fisica di un uomo, la fine della vita di un essere… No. La morte prende principalmente le forme dell’ingiustizia e dello sfruttamento, dell’invasione e della privazione… Prende la forma della paura, della mancanza di nutrimento, dell’assenza di soddisfazione… La morte è il desiderio mortificato degli individui… E la poesia lotta contro tutte queste forme di morte. Vuole cancellare le cause che provocano la disperazione, che rendono l’uomo rassegnato, sterile, che lo distruggono…
Questo vuol dire che la poesia partecipa sempre alla creazione di una vita, della vita umana. Il suo lavoro, il suo desiderio, la sua lotta è sempre la vita infinita, è tornare a consegnare la vittoria alla vita… La poesia emerge dalle oscurità, dalle tenebre, dai labirinti delle malvagità, dai labirinti di ogni terrore, di ogni ingiustizia, di ogni tirannia… Assume su di sé la complessità delle cose e le illumina… Così trova le strade per comunicare con tutti… Nella poesia tutto il mondo si parla. E insieme a tutti la poesia celebra alla vita.

M.G. - Che formidabile manifestazione di ottimismo!..
G.R. - Sì, sono ottimista. Sono uscito dalle tenebre più profonde. Sono sopravvissuto alle malattie..., sono sopravvissuto alle torture…, posso dire perfino di essere uscito dalle profondità della morte…
Per questo l’ottimismo non mi sembra facile. Non è un espediente per superare le difficoltà o per ignorarle… Il mio ottimismo è incrollabile…, è saldo proprio perché viene dalla disperazione.

M.G. - La morte, il deterioramento, la perdita tornano frequentemente nei suoi poemi. Lei li traspone a un livello diverso, li trasforma in slancio di vita… Ritroviamo, così, una delle costanti della sua poesia: la ricerca ostinata di una soluzione; una soluzione alla solitudine, forse?
G.R. - Io non cerco soltanto la solitudine perchè la poesia non può essere completamente distaccata, separata dai problemi vitali, cruciali del mondo. La mia poesia, il cui filo si dipana nell’universo interiore, si esprime contemporaneamente su diversi piani: ontologico, sociale, psicologico. Mescola memorie storiche e sensazioni immediate, per accostare via via idee, in un tempo storico e soggettivo frammentato e, attraverso ogni sorta di sdoppiamento, produrre un’immagine di unità e continuità dell’uomo e della sua storia …
Dunque, la ricerca poetica non è la solitudine. Nella poesia, il poeta non procede mai solo… Ma attraverso la propria solitudine, entra in rapporto con la solitudine di ciascuno, con la solitudine di tutti.
E, tra tutte queste solitudini, la comunicazione più autentica si realizza nello spazio del poema… In questo modo, una poesia trova sempre il dialogo vivo, trova le corrispondenze con la propria nazione e con tutti i popoli del mondo, in tutte le lingue, anche attraverso la mediazione delle traduzioni. Giacché esprime un sentimento comune, una concezione comune, un desiderio condiviso di comunicare e superare le differenze, giacché contiene la cifra essenziale che ci consente di riconoscere gli altri… La poesia è allora la relazione umana più compiuta, meglio costruita, più importante. Parla a ciascuno nel territorio peculiare della propria solitudine. Che è comune. È lo spazio abitato dalla comunità umana. Per questo l’obiettivo permamente della poesia è rivolgersi a tutti, è toccare tutto il mondo. Ma la poesia è una creazione sempre in divenire, è sempre in cantiere. (...)».

(Traduzione di Caterina Pastura)

Ghiannis Ritsos, Le vecchie e il mare
Incipit

(Vecchio porto isolano. Poco oltre la darsena, con pochi caicchi e lo scheletro di qualche peschereccio. Inizio d’autunno. Ieri la prima piovuta. Stasera volge di nuovo al bello. Un tramonto greco con tizzoni rossi dietro le nuvole. Un caicco oscuro, silente passa sul fiume roseo che il tramonto traccia sul mare. Una ragazzina, con un secchio d’acqua in mano, si è fermata un attimo sulla soglia prima d’entrare in casa. L’acqua del secchio è rosea e dorata come se avesse tirato su il sole dal mare. I vetri delle finestre sulla spiaggia luccicano di tanto in tanto. Nella strada soprastante passa ogni tanto qualche carretto colmo di verdura di stagione e cassette con l’ultima uva. Lampade ad acetilene accese nei caffè dei marinai.
L’interno dei caffè appare stranamente calmo e distante – una quadrata tranquillità color pistacchio – un luogo scavato profondamente nel tempo. Sette vecchie, madri e nonne di marittimi, siedono su grosse pietre fuori dalle loro case e parlano dei loro fatti. Tra le loro parole si odono profondi i respiri del mare e, un po’ più su, alcune arrugginite pompe ad aria girano lentamente nei giardini con piccoli, tormentati limoni e imponenti eucalipti. Il crepuscolo della sera si trattiene a lungo come se non volesse farsi notte. Si sentono le vecchie
):

LE SETTE VECCHIE INSIEME (piano, come in lontananza,
stancamente e semplicemente): Appena cala il crepuscolo
ce ne andremo fuori a sedere sul gradino di pietra,
sulle rocce
a sentire il vento dello stretto che ci batte, alleviandoci
con una goccia, noi già così lievi,
a riposarci dal non avere più nulla da fare,
a dimenticare, noi dimenticate, che tutto abbiamo già
dimenticato,
come se ogni cosa fosse svanita e fossimo rimaste tutte sole
in un’aia alta e grande che il vento spazza tutt’intorno –

PRIMA: Vento che rischiara il vento lì dove si sta
di vedetta, sull’aia
senza grano, senza paglia, senza forconi e cavalli;
SECONDA: vento, vento profondo –
non soffia, non fa rumore, non solleva polvere;
TERZA: non c’è muro dentro o fuori dove il vento possa
sbattere il ginocchio o la fronte,
incespicare, provare dolore, urlare, farsi sentire,
QUARTA: dire un ahi! per poterlo sentire e addolorarcene –

QUINTA: che dolore può provare il vento? – non è di
carne, non ha ossa, non ha nervi;
SESTA: silenzio su silenzio;
SETTIMA: silenzio – fumo della nave a vapore che siede
coccoloni nel tramonto;
fumo che cambia, non cambia, ora traspare, ora si
oscura.

SESTA: Silenzio: il silenzio, il fumo: fumo – cambia,
SECONDA: diventa delfino celeste – due triangoli d’oro
la sua coda,
diventa un cervo fatto di violette con due rosee
corna;
QUARTA: il turchino volge al pesca, il rosso al
violetto,
TERZA: dirada, si scioglie, si smarrisce;

SETTIMA: fumo diradato che rimani fuori tutto solo –
un grande fiore senza radici, fiorito per un attimo nel
vuoto, perché la nave
ti ha lasciato qui tutto solo e la nave è partita?
QUARTA: è già svanito il fumo silenzioso,
va, va, silente s’è spento sul sopracciglio del
mare –

SESTA: Sopra il silenzio: silenzio;
PRIMA: siamo rimaste come il fumo;
SESTA: ci consumiamo, partiamo, cambiamo.

SETTIMA: Non restiamo che un sacchetto d’ossa, legato
in cima con una gomena
così non si disperdono le ossa e non ci disperdiamo noi
desolate,
solamente il vento trapassa le maglie della tela
e un’infinità di aghi buca le nostre ossa – quali
ossa?
PRIMA: Quali ossa? – queste ossa alleggerite, svuotate;
senza carne né midollo, come vecchi zufoli,
SECONDA: il vento li soffia, facendo uscire di tanto in
tanto una voce flebile, come se cantassero;

SETTIMA: e gli astragali liberi non trattengono le ossa,
non si piegano nella camminata;
QUARTA: restiamo leggere, leggere – senza ascoltare,
senza vedere –

TERZA: prima di ascoltarci, ascoltiamo,
prima di guardarci, vediamo – cosa vediamo?

TUTTE INSIEME: Le navi sono partite, i nostri uomini
sono partiti, i nostri figli sono partiti –,
non sappiamo chi è partito, chi è rimasto, non sappiamo
perché siamo venute, perché rimaniamo, perché partiamo,
non sappiamo chi è annegato in mare, chi è stato
ammazzato sulla montagna,
cos’è successo agli altri, – ortiche germogliano sui loro
crani?
Grossi granchi depongono le uova sui loro fianchi? –
non sappiamo; abbiamo dimenticato
il morso dello scorpione, il chiodo sulla fronte –



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ritsos3

(Traduzione di Giuseppe Auteri)
 
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