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Carlo Guarrera, "Occhi aperti spalancati" PDF Stampa E-mail
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La mia sposa di Efeso
Questa mattina la mia sposa è morta.
Non so se è stato un incidente o se è stata lei a volere la morte.
È morta e io l’ho trovata dentro il letto di un fiume calmo. Distesa,
che galleggiava appena sotto un filo d’acqua. Con il viso
rivolto al cielo e con gli occhi chiusi. Fluttuava leggera in
una conca di fiume all’ombra. Sotto una volta di rami
intrecciati e di foglie verdi e con alcuni fiori intorno,
nell’acqua. Così ho visto questa mattina la mia sposa
morta. Era ancora vestita e le sue vesti erano gonfie per la
forza dell’acqua. Le vesti bianche erano gonfie, spinte
dall’acqua del fiume. Vedevo il pieno e il vuoto delle sue vesti
sull’acqua. Mi sono girato dall’altra parte.
E allora fu predisposto il mortorio. La portarono in
esequie, in silenzio dove doveva riposare. Lì, dove il suo
corpo rimarrà fermo fino al dissolvimento. L’hanno portata
nella cripta di pietra scura, dove mi trovo adesso, con
lei, da solo, mentre il sole perde la sua luce lentamente.
In questo istante ricordo come mi apparve la prima volta
la mia giovane sposa. Davanti alla biblioteca. Sotto un
raggio di luce e un bagliore del cielo. Un battito di ciglia.
Due battiti e divenne la mia sposa. La mia sposa di Efeso.
Ora la mia sposa è morta. Si trova sulla pietra nera,
distesa. È vestita di bianco e ha gli occhi chiusi. Il suo
corpo è dentro il vestito bianco. Lo vedo mentre bruciano
le torce tutto intorno, prima della sera. Io guardo gli
occhi della mia donna. Sono chiusi. Le labbra sono rosse,
ma un po’ chiare, come il corallo e i denti molto bianchi.
I denti si vedono poco, ma mi sembra che siano tanti:
molti di più di quando era in vita. Appoggio un fascio
fresco di Lylium Casablanca sul suo seno. I fiori bianchi
emanano un odore forte, un profumo bianco. Gli occhi
della sposa di Efeso sono chiusi adesso. Sappiamo tutti
che quando si muore gli occhi si chiudono e poi non si
riaprono, perché non devono vedere più niente.
Giro, ora, intorno alla pietra nera dove la giovane
donna sta distesa. Mi muovo piano vicino alla pietra
fredda e i miei occhi si muovono per guardare il corpo
bianco della mia signora. Posso spostarle i capelli anche
se è morta. Alzo la mano e l’avvicino alla sua testa. Esito
un attimo. Poi continuo il mio movimento, verso la testa
chiara e ferma. Smuovo i suoi capelli lentamente. Non mi
sente. Non può sentirmi perché è morta. Le funzioni del
suo corpo si sono arrestate. Il cuore non le batte. Non
pulsa più. Cosa fa il suo sangue dentro le vene? Fa qualche
piccolo, leggero movimento? Fluisce, seppur impercettibilmente?
Oppure è immobile come il suo volto,
come le sue braccia e le sue gambe? Forse nessuna parte
del suo corpo ha un rapporto con il mondo e neanche con
me. Nessuna parte del suo corpo ci parla più. Posso, però,
parlare io con questo corpo morto. Posso parlare io con la
mia sposa morta. Infatti io parlo, veramente, solo con i
morti. Con i vivi fingo di parlare. Con loro, anzi, mento;
per loro sono il signore della menzogna. Ma con i morti
no. E adesso che la mia sposa è morta con lei posso parlare.
Lei può diventare perfino una mia amica. Io, amico
di una morta; io amico dei morti. Amico e fratello prossimo
solo dei morti; anche di quelli morti tanto tempo
fa. Amico dei poeti morti e ancora, amico loro per quello
che hanno scritto. Anzi, amico loro solo a causa di quello
che hanno scritto e che io ho letto. E così, se tutti i morti
stanno in un luogo, come tutti i vivi, dovranno accogliere
la nuova morta. Dovranno dare il benvenuto alla mia
sposa infelice che ha lasciato i vivi e che tra i morti è
arrivata e con loro forma un’unica compagnia. La mia
sposa bella morta. La mia sposa di Efeso.
 




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