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LA PICCOLA arrow Il gioco dell'oblio
Il gioco dell'oblio

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( Muhammad Barrada )

Il gioco dell'oblio

Numero di pagine: 216
Isbn: 978-88-469-2072-0
Dimensione: cm 12 x 16.5

Prezzo: €23.50 €19.98 Risparmi: 15.00%

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(Anno di pubblicazione 2009)
Traduzione dall'arabo: Ramona Ciucani

In seguito alla morte della madre, un giornalista di mezz'età ripercorre le tappe, le persone e i luoghi che hanno influito sulla sua vita e determinato la sua personalità. Un doppio percorso nella memoria intima e collettiva, in cui la formazione del protagonista, il confronto generazionale e le trasformazioni sociali e politiche del Marocco moderno emergono in un intreccio a spirale. L'immaginario dorato dell'infanzia, della famiglia e della città natale (Fès, simbolo della tradizione marocchina), evocato nei primi capitoli, lascia il campo alle considerazioni sugli anni della maturità, sugli amori, sulle disillusioni politiche, sulla 'ruggine' della normalità. Come riflessi da un prisma, i personaggi, i luoghi e i tempi restituiscono le mille sfaccettature che ne caratterizzano la molteplice unità. La trama si dirama in una composita polifonia di voci, punti di vista, lingue, che Barrada ordisce ricorrendo a ironici artifici metanarrativi per sperimentare una complessa e innovativa forma di narrazione. In quest'intensa riflessione, il piano della vita si sutura a quello della letteratura, coinvolgendo il lettore in un'attiva decifrazione del romanzo. Un testo essenziale per la letteratura araba contemporanea, già apparso in francese, inglese e spagnolo.

Di solito viene spedito in:

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minareti.it, 16 giugno 2009, "Il gioco dell'oblio" in un Marocco amato e criticato di Imane Barmaki leggi la recensione in pdf khadija.splinder.com, 18 giugno 2009 “Il gioco dell’oblio” é il primo romanzo marocchino post moderno, un romanzo autobiografico di Muhammad Barrada, critico letterario e scrittore marocchino di fama internazionale, dal 1976 al 1983 è stato presidente dell’Unione degli scrittori marocchini e capo-redattore della rivista Afaq. “[…] é difficile parlare della madre. La donna che colma molti vuoti. L’albero frondoso alla cui ombra troviamo rifugio. Quella con cui ci comportiamo diversamente che con tutti gli altri. Persino quando é severa continua a essere, per noi, prezioso presagio, oasi ristoratrice...” L’assenza della madre induce Hadi, giornalista di mezza età, a cercare di colmare la sua fragile sfera emotiva andando a scovare nella memoria emozioni ed episodi che forniscono un reale ritratto della società marocchina. É un gioco della memoria divertente ma, a volte, terribile perché sembra rispolverare involontariamente situazioni e contesti eclissati per consentire un illusorio momento splendente. Un gioco continuo in cui il protagonista é emerso senza che ci si renda conto delle sue peculiarità. Questo romanzo é un percorso nella memoria dell’autore tramite una parte chiamata chiaro-scuro nella quale il protagonista sembra quasi confessarsi rivelando dubbi, emozioni e pensieri. Oltre alla memoria dell’autore troviamo anche la memoria collettiva di tutti i marocchini a cui viene dato voce tramite la parte chiaro in cui voci femminili non familiari si esprimono in contrasto con l’autore stesso. La loro é una memoria che vede e analizza tutte le trasformazioni sociali e politiche di un Marocco che possiamo definire moderno ma con una forte impronta tradizionale e di cui Fés ne é il simbolo per eccellenza: “Hadi avrebbe cercato di conoscere i particolari, o come spieghi tu, ne sarebbe venuto a conoscenza attraverso quegli adulti che non fanno scrupoli a parlare di tutto davanti ai bambini”. É un percorso dai tempi dell’indipendenza dalla Francia nel 1956 fino agli anni di piombo passando ovviamente per il sessantotto: “era gia’ trascorsa qualche settimana dall’esilio del re in Corsica, i capi del Movimento nazionalista riempivano le prigioni e la tensione era alle stelle. Era scoccata l’ora del confronto diretto, che tutti aspettavano con impazienza ma anche con una punta di trepido timore. Giovani e adolescent accorsero per primi alla manifestazione di protesta e malcontento. A quel tempo, Rabat sembrava un operoso alveare, funzionante a meraviglia “Io vi chiedo semplicemente: é questa la via da seguire? Nella vostra vita quotidiana trovate ancora un residuo di equitá, integritá, solidarietá, tollerenza e di tutte le virtú che il Profeta Muhammad ha incarnato e ha raccomandato a generazioni di credenti? Non vi sembra di essere simili a dei cani smarriti, che brancolano a destra e a manca seguendo gli echi di insulsi tamburi, raggiunti i quali non trovano né piante né acqua né ombra per alleviare la morsa della canicola?”. Nelle parole di Barrada, in maniera diretta e indiretta, si coglie una forte critica alla societa marocchina che fatica a trovare un suo equilibrio tra modernitá e tradizione. Oltre alla critica sociale troviamo un fortissima critica alla situazione politica del paese: “una mera menzogna, diffusa da chi non ha nulla di meglio da fare. Perché i cittadini sono soddisfatti dei risultati della buona politica di un governo eletto correttamente, malgrado i brogli a cui alludono i giornali d’opposizione. Quello di cui abbiamo bisogno non é un gran numero di rimpasti ministeriali, ma di imparare a star zitti per non intralciare il lavoro dei ministri, sbeffeggiandoli giorno e notte”. babelmed, luglio 2009 Hadi, il protagonista autobiografico del libro, ritorna a Fés in occasione della morte della madre. L'addio a Lalla Ghalia, per tutti “la madre”, diventa subito un viaggio nella memoria, che ricomincia dall'infanzia a Fés, la città-madre, l'epoca della piena felicità. Un tuffo nel passato che è un tentativo di evitare la perdita, un viaggio per ricomporre la presenza della madre e di quella parte di vita che sembra svanire nell'oblio del tempo e dei suoi cambiamenti. Il romanzo è un racconto corale, in cui la famiglia di Hadi si confessa a più voci e con più lingue (arabo classico, arabo marocchino, francese), per ricostruire le speranze, le illusioni e i malintesi di tre generazioni marocchine attraverso una metanarrazione a diversi piani, in cui realtà vissuta e finzione narrativa si confondono e si scoprono a vicenda. “Il gioco dell'oblio” è stato definito il primo romanzo marocchino postmoderno. Sicuramente per la sua sperimentazione, per la polifonia di voci e linguaggi che smonta la linearità della storia per moltiplicare le narrazioni, senza che si giunga a un discorso unitario, ma illuminando una molteplicità di punti di vista a volte inaspettati e contraddittori e per questo più vicini a ricomporre la realtà. È il dilemma e l'intuizione della modernità che viviamo, la fine dell'unità a discapito di una molteplicità irricomponibile, ma più capace di rappresentare le realtà attuali. È anche il discorso del mondo arabo, e la letteratura in questo senso è campo privilegiato del dibattito. Elias Khuri, lo scrittore libanese che ha narrato l'epopea palestinese dal '48 ad oggi(1) e già in “Facce bianche” del 1981 aveva usato una narrazione a più voci per ricostruire la complessità della guerra del Libano, si rallegrava per l'ingresso della letteratura araba nel linguaggio “postmoderno”, perché: “For the first time our writing correspond to our very hybrid way of living” (2). La complessità del rapporto fra mondo arabo e modernità ha significato anche per la letteratura araba una problematica riflessione sulla propria identità o meglio, sulla propria rappresentazione. A cominciare dal dibattito sulla lingua, che in alcuni casi ancora si domanda quale o quali debbano essere le lingue della letteratura araba. Se l'arabo classico, la cui unica patria è il Corano, o l'arabo dialettale dei diversi paesi e se vi sia spazio anche per il francese, lascito dell'esperienza coloniale. Ne “Il gioco dell'oblio” queste lingue sono presenti tutte. Barrada le usa per dare un carattere ai diversi personaggi, ognuno dei quali è un pezzo della realtà marocchina e della sua storia. E la storia del Marocco è l'altra grande protagonista del romanzo. In “Come un'estate che non tornerà più”, che racconta del periodo universitario di Muhammad Barrada al Cairo, la grande narrazione che fa da sfondo alle esperienze degli studenti marocchini in Egitto è l'eccitazione collettiva del pan-arabismo di Nasser. Barrada e i suoi amici marocchini assistevano a quegli eventi epocali, la nazionalizzazione del canale di Suez, la guerra dei Sei giorni, il progetto della Repubblica Araba Unita, sperando che anche il Marocco vedesse presto la sua stagione rivoluzionaria e riformatrice. “Il gioco dell'oblio” racconta la realizzazione di quelle attese e la delusione delle speranze. Le voci che narrano lo scorrere degli anni sono altrettante generazioni che raccontano gli avvenimenti che hanno cambiato il Marocco. L'infanzia a Rabat e la lotta per l'indipendenza, gli anni di piombo marocchini che Hadi non vedrà perché lontano, per poi tornare e trovare l'indifferenza delle vecchie generazioni imborghesite, “tradite dalla Storia”, e la disillusione di quelle nuove che si sentono “senza orizzonti, senza speranze, senza lavoro”. Due generazioni tra cui “non ci sono ponti”, entrambe disadattate a vivere il presente (e la narrazione a ritroso nel tempo di tutto il romanzo, “il gioco dell'oblio”, è proprio questo), l'una perché “con un presente senza passato” e l'altra “con un passato senza futuro”. Si potrebbe facilmente dire che siamo di fronte all'ennesimo romanzo sulla difficoltà delle società arabe a trovarsi a proprio agio nella modernità. Pare un'idea stanca e poco onesta. Perché lo smarrimento della società marocchina di fronte al presente che lei stessa ha costruito (che è tutto ciò che è riuscita a costruire) è troppo simile alla riflessione sul tempo che Sartre attribuiva a “la maggior parte dei grandi autori contemporanei”(3) . Per cui, se “Il gioco dell'oblio” è un romanzo postmoderno, lo è soprattutto per quella malattia del Tempo che è in molti casi la cifra di questa modernità. Un tempo mutilato, con un domani bloccato o disperso, ma a cui entrambi non negano speranza. Come scriveva Camus, l’unica speranza risiede nella più gran pena, quella che consiste nel riprendere le cose dall’inizio. Nigrizia, ottobre 2009 La memoria è un ingrediente fondamentale della letteratura (e altre arti). Anche in questo romanzo di autore marocchino, come il titolo, per contrasto, evidenzia. Si comincia col penetrare in una casa di Fès attraverso tre porte successive... E questo già comunica la dimensione di un "viaggio" particolare, quello che che affronta un giornalista sulla cinquantina in occasione della morte della madre. «Ha rifiutato di risposarsi per dedicarsi all'educazione dei figli. Quando si assenta per un qualche motivo, ci piombano addosso malinconia, tristezza e un senso d'ingiustizia». Il racconto continua a più voci, con diversi livelli di linguaggio (apprezzabili soprattutto nell'originale arabo) e attraversando momenti storici cruciali, dall'indipendenza nazionale al '68 e oltre. E senza risparmiare, quando è il caso, la critica sociale e politica. Il libro esce ora in italiano, a oltre vent'anni dall'edizione originale, ma è già letteratura – come ci aiuta a capire la curatrice, elisabetta Bartuli – "postmoderna" non meno che araba. Un libro piccolo solo per il suo formato. medarabnews, 30 novembre2009 “Il gioco dell’oblio”, romanzo dalla vena autobiografica – ed insieme coro di voci e di personaggi, intreccio di ricordi, creatività della memoria – svela via via, attraverso lo scorrere delle pagine, il Marocco dorato dell’infanzia, e poi le asprezze della guerra, la lotta per la liberazione, e i difficili anni del Marocco indipendente, del tramonto della società tradizionale, dell’evoluzione verso una modernità sognata e mai raggiunta, e del duro scontro con una modernità reale che è perdita della tradizione culturale, della coesione sociale, e delle illusioni. La narrazione è intessuta di una sottile nostalgia, la nostalgia per i primi anni dell’infanzia, e per il loro mistero intatto, per la figura della madre, Lalla Ghalia, che “riempie la casa” e “sa molto più di noi”, per le strade di Fès, inesauribili sorgenti di vita e di scoperte. Il racconto che si dipana è una continua metafora del distacco: il distacco dalla magica Fès dei primi anni per una Rabat fredda e impersonale, il distacco dalle persone amate, quelle persone che “non comprendiamo mai veramente… ce ne creiamo soltanto un’immagine che la memoria sfuma, fa evolvere e modifica via via che il distacco fra noi e loro aumenta”. E’ attraverso questa memoria sfumata e cangiante che emergono i diversi personaggi di volta in volta evocati: Sid Tayyib, rispettato e amato nella sua bottega, e grande narratore; Si Brahim, testimonianza di un tempo passato, quando “le persone vivevano da buoni musulmani”, e “la gente si dava una mano”; e poi Lalla Najiyya, Tayi‘ e il fratello Hadi. Il primo deve sacrificare lo studio per far sì che il secondo possa frequentare l’università. Ma attraverso Tayi‘ si svela l’esperienza della militanza politica, “vent’anni di militanza ininterrotta… vent’anni di innumerevoli, ininterrotte e radicali trasformazioni a ogni livello della società”, per poi assaporare l’amara esperienza della stanchezza e del disinganno, quando diviene evidente che nel Marocco indipendente i simboli di prestigio, capitale e nobiltà continuano ad essere necessari, “adesso che l’entusiasmo si è dissolto, che i principi si sono incrinati ed è venuta a galla la legge del profitto”. E’ attraverso la figura di Tayi’ che emerge l’esperienza della delusione, la tentazione della chiusura in se stessi, “disgustato da come vivono le élite, dalla modernità galoppante e dai suoi ammennicoli”, e la tentazione altrettanto viva della “ritirata più indolore possibile”, ossia “cercare di vivere senza dover ricorrere agli avversari, o senza stendere la mano per accedere alla fetta di torta che chiamiamo «era del benessere e della stabilità»”. Attraverso i ricordi dei diversi personaggi emergono i mille volti del Marocco, le sue mille anime, il contrasto fra una tradizione perduta e una modernità lacerata, e la legge inesorabile del cambiamento e della trasformazione, che spazza via il vecchio mondo, il mondo dell’infanzia, dell’antica cultura dominata dalla religione e da una forma di arcaica saggezza, e catapulta in un presente fatto di incertezze, di assenza di punti di riferimento, e di speranze disilluse. I vari protagonisti del racconto sono altrettanti piani di lettura, che si intrecciano e si sovrappongono, talvolta raccontando in prima persona, talvolta sapientemente accompagnati dal narratore. Ma anche quest’ultimo è parte della storia, non è un giudice imparziale, viene risucchiato dai ricordi che tenta di esporre e di organizzare. Ed ecco allora la necessità di un narratore dei narratori, con cui lo stesso narratore interloquisce dialetticamente. Solo il narratore dei narratori è in grado di tracciare un giudizio nella tempesta dei cambiamenti che hanno travolto il Marocco moderno, e ad operare una distinzione fra i personaggi: “Andiamo alla deriva nel mare magnum del mondo e ci affanniamo, invano, a credere che le cose non siano affatto cambiate. La prova che non è così ci investe come un’esplosione, spazza via criteri e valori, fa vacillare i rapporti umani. Penso che sia questo ciò che è accaduto a Hadi e a Tayi‘, mentre invece Si Brahim e Lalla Najiyya sono riusciti ad assorbire questo mondo come due spugne, senza entrarci in conflitto, restando sempre asserragliati nel suo grembo, protetti da un’invisibile corazza contro le schegge dei giorni”. Con questo libro, Muhammad Barrada ci offre un ritratto del Marocco, che assurge a metafora del mondo arabo moderno, e che pone interrogativi che si intrecciano inestricabilmente con quelli posti dalla modernità e dalle contraddizioni sperimentate dall’Occidente. arabismo.it, maggio 2010 Il gioco dell'oblio, il gioco della vita L'uomo vive perché sa dimenticare? Articolo a cura di Chiara Comito Il gioco dell'oblio (Lu'bat al-nisyan, in arabo) è stato definito come “il primo romanzo marocchino post-moderno”, rappresentante di quel filone della letteratura araba rivolto verso l'introspezione che, dagli anni '70 in poi, come rottura nei confronti della tradizione del romanzo europea ed araba, prese piede nei lavori di alcuni scrittori arabi, tra i quali, vale la pena ricordare, si trova il libanese Elias Khuri. Il gioco dell'introspezione, della metanarrativa e della frantumazione dell'Io viene introdotto fin dalle prime righe del romanzo, che si apre con due diversi incipit scritti dal protagonista, alter ego dell'autore. L'intero impianto tecnico della narrazione è strutturato in filoni metanarrativi, con la suddivisione in capitoli, a loro volta ripartiti in sotto capitoli (chiaro, chiaro-scuro, il narratore dei narratori) ognuno con una funzione narrativa ben definita e che rendono possibile la polifonia e la frammentazione dei personaggi, propri del romanzo. Lo stesso autore del romanzo non è che un personaggio all'interno del libro che gioca, si mette in discussione e stravolge il filo narrativo, parlando e lasciando parlare la figura del narratore del narratore, una sorta di super narratore, al di sopra delle parti che dovrebbe avere un ruolo imparziale all'interno del romanzo. Un gioco di specchi che forse, all'inizio, capovolgendo le tipiche strutture a cui si è abituati, lascia stupiti e interdetti. Ma il romanzo è anche altro. É una storia circolare, in cui la madre del protagonista e Fés, la città in cui questi ha passato il periodo d'oro della sua vita, l'infanzia, rappresentano il nucleo unificante e vivificante della intera esistenza del protagonista, Hadi, che nel romanzo racconta la sua vita, fin da quando era bambino a Fès e poi a Rabat agli anni della maturità, poi a Parigi e di nuovo in Marocco. I primi capitoli sono pieni di vita, che scorre lenta e placida, di donne, di odori, cibi e bevande, di zagharid, di politica vera e appassionata per il Marocco indipendente. Una vita che pulsa da ogni pagina. Il protagonista e suo fratello maggiore crescono tra i magici vicoli di Fès, circondati dall'amore della madre e dello zio che fa loro da padre, padroni della casa e dell'intero quartiere, almeno fino al trasferimento nella città sul mare, Rabat. Sono gli anni in cui fervono gli ardori indipendentisti, in cui i marocchini vivono con continua ed estrema insofferenza l'esperienza del giogo coloniale francese. Ma, nel corso della vita e del romanzo (e in questo caso, le due cose quasi si equivalgono), le strade dei due fratelli si dividono, e da amici quali erano, crescendo i due si ritrovano quasi indifferenti l’uno all’altro. É il momento in cui la narrazione si fa più fervida e fremente. Il fratello maggiore, animatore del partito, deluso dal sogno infranto del Marocco stato nazionale indipendente, si rifugia nella religione. La sua esistenza rappresenta, in certa misura, il fallimento del sogno nazionalista del Marocco. Hadi, invece, il letterato, intellettuale e giornalista andato all'estero, assomma in sé tutto il dolore per il paese lontano e per gli ideali traditi e si rifugia nell'indifferenza verso la famiglia e verso tutto. Nell'oblio, tutto decade. Nell'oblio però, ogni sensazione, ogni sapore, rimandano a un ricordo diverso.. La generazione a cui appartiene Hadi non si ritrova più e continua a vagare, parlando parole vuote e vaghe, senza attinenza con la realtà, di politica e valori che non esistono più..non ha mai urlato, questa generazione, e si è ritrovata soffocata con la critiche in bocca. Sono uomini e donne con un passato importante ma senza futuro, che tutto volevano sperimentare e che si sono ritrovati a girare nel nulla, a dimenticare il passato, obliando tutto. Il Marocco in cui credevano si è trasformato in uno Stato fagocitatore di sogni e di speranze che ogni cosa incamera e nulla rilascia. Solo la morte della madre, evento doloroso già testimoniato nei due incipit iniziali (e tutta qui risiede la forza della circolarità del romanzo), riesce in qualche modo a ricomporre il mosaico del romanzo, e della vita di Hadi. Nelle battute finali, l'autore sembra voler suggerire che il sostantivo uomo (insan, in arabo) derivi in realtà forse da oblio (nisyan, in arabo), nel senso che l'uomo vive perché sa dimenticare. Dimentica i dolori, i lutti, le sofferenze, gli amori finiti, le gioie e i successi. Ed io mi chiedo: ma se non dimenticasse, riuscirebbe l'uomo a vivere..?



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